Luca Pellegrini (1980-1991)

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  1. Draga277
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    Pellegrini racconta l’Europa «La perla contro il Malines»

    LA SAMP STORY in Europa passa anche per Lisbon, Lisbona, nell’ottobre 1985. Comincia con una sfortunata apparizione in Mitropa Cup, 46 anni fa, e arriva a stasera, appuntamento con i bulgari del Cherno More per allungare ancora il viaggio nel Vecchio Continente calcistico. Lisbona giunse dopo Larissa, in Grecia, il ritorno nelle coppe dopo oltre vent’anni, l’inizio del periodo d’oro blucerchiato. Regista, anziché Wim Wenders, Luca Pellegrini. Chiave di volta nella genesi della Sampdoria dei trionfi, titolare già al suo arrivo nel 1980 dal Varese, a 18 anni, antipersonaggio nella squadra mediaticamente rappresentata da Roberto Mancini e Gianluca Vialli, leader sul campo e capitano. Il difensore dello scudetto, apice della story, ricorda Lisbon per lo stadio più affascinante: «Il Da Luz, un impianto enorme, quasi impossibile da riempire. All’entrata c’era un enorme rapace, grande quanto un jet, così sembrava. E negli angoli quattro acquilotti luminosi, rossi, sulle torri. Indimenticabile. Ricordo anche lo stadio di Berna, nonostante il risultato finale. E il giallo intenso degli spalti di Dortmund. Ma in Europa ogni stadio e ogni partita ha un fascino tutto suo».

    Quando si parla di coppe, tuttavia, il primo ricordo va alla Grecia: «Eravamo giovani, a Larissa erano i nostri inizi e faceva caldo in tutti i sensi... un po’ come a Burgas. C’era tanta emozione. Eravamo in albergo con mogli e alcuni tifosi, noi eravamo agitatissimi e di sotto sentivamo fare casino, perciò ci siamo messi a urlare nella tromba delle scale: “Oh, la smettiamo”. Chi? Di sicuro io e Fausto, con Pari eravamo compagni di stanza». E, a comporre il trio dei “duri”, Pietro Vierchowod: «Già, lui era russo in tutto». Nel mito è entrato il riscaldamento a torso nudo dello zar a Sofia, nella gara di Coppa Campioni con la Stella Rossa, quando il clima era a dir poco infuocato (nello stadio come nelle strade). Pellegrini non c’era più, ma conosce bene la storia: «Boskov era stato un precursore, il primo a far fare il riscaldamento sul campo, a volte litigava anche con gli inservienti per questo. Voleva così, che si respirasse l’atmosfera, anche una questione psicologica: a Pietro non pareva vero, era subito davanti».

    Luca, Fausto e Pietro, trio «incazzato» dopo la delusione di Berna: «Per molti una sconfitta annunciata, entravamo sempre in campo con la bandiera della nazione della squadra avversaria ma là, finale unica, entrammo con quella svizzera: dissero che sembrava quella della Croce Rossa. In effetti Vialli era stirato, io mi ero infortunato in uno scontro con Pasculli a Lecce la domenica prima, Mannini si fece male dopo 15 minuti e Mancini che non era ancora il campione capace di abbinare sempre qualità e qualità, lo divenne dopo Goteborg e il Mondiale del ’90, il valore aggiunto decisivo per lo scudetto. In più, Carboni e Vierchowod erano squalificati. Pagammo cara la partita forse più bella giocata in Europa, quella in casa con il Malines su un campo pesantissimo. Senza Vialli squalificato, il gol fantastico di Dossena come ho visto fare solo a Pelè, un’apoteosi».

    Ma alla fine della sfida di Berna, Pari disse davvero «vinceremo la prossima»? «Non lo so, conoscendo Fausto ci può stare. Posso dire che sul charter del ritorno io, che ero sveglio per il dolore al ginocchio, Fausto e Pietro eravamo in prima fila, dietro di noi Paolo Mantovani e il dottor Segre. Mancio e Vialli si erano alzati in maniera un po’ scanzonata per andare nella cabina di pilotaggio, a me un po’ diede fastidio. Segre disse al presidente: “Guarda, sembra che abbiano già dimenticato”. E lui: “Meglio così”. Era il suo stile, che condividevamo, ponderato nella sconfitta come nella vittoria. Quando si vinse, l’anno dopo, in una sala dell’aeroporto ci disse una frase che faceva capire quanto fosse importante quel che avevamo fatto. Ma è un segreto che rimane tale, fra noi».

    Pellegrini alzò la Coppa delle Coppe nella notte di Goteborg: «La più importante e la prima per me. Quando vincemmo la prima Coppa Italia toccò a Scanziani, la seconda a Torino la alzò Mancini perché io ero stato “tranciato” e stavo sul lettino dell’infermeria. Quanto alla terza, Mantovani mi ringraziò pubblicamente nel primo giorno del ritiro successivo perché quella volta, nel pomeriggio, Vierchowod aveva rifiutato il trasferimento al Milan e allora il presidente, quando Nizzola gli passò la Coppa, mi chiese: “La posso dare a Pietro?”. Dissi di sì. Infatti, nelle foto io e Paolo Mantovani siamo immortalati mentre parliamo». Cartoline blucerchiate, della Samp Story che vuole toccare altri angoli d’Europa.

    secoloXIX

    Edited by Tore MB - 23/5/2020, 14:43
     
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